Il Beit Beirut
Sembra Beirut. Perché è Beirut. La città che scivola nella notte sotto i nostri occhi durante il tragitto dall’aeroporto si presenta con le sagome scure degli edifici che sembrano cadere a pezzi e le impalcature dei cantieri. Ma è solo una parte, perché dall’altro lato del finestrino si spalanca uno skyline di grattacieli illuminati e le luci danzano, come in tante grandi metropoli. Siamo in cinque, più l’autista, in un taxi che dovrebbe contenere solo la metà di noi, ci hanno appena fregato sul prezzo- è evidente-, e dopo una prima sequenza di minareti e campanili, a metà strada c’è già il primo posto di blocco militare. Poco importa che davanti siamo sedute in due, una sull’altra: il tassista si preoccupa solo di mettersi la cintura. Ma i militari non ci fanno caso, si prosegue.
E’ un giovedì sera a Beirut, e questo è solo l’antipasto.
Con i miei compagni di viaggio a Downtown
La scelta di partire per un fine settimana nella capitale del Libano è stata istintiva, quasi quanto quella di comprare quei cinque biglietti aerei a prezzi convenienti (un po’ meno gli orari notturni, i collegamenti non sono eccezionali). Il resto però era solo una composizione di immagini da Internet, Instagram e sito della Farnesina per capire che momento stesse vivendo questo piccolo stato, incapsulato fra il Mediterraneo e vicini decisamente ingombranti -Israele sotto e la Siria ai lati.
Di guide aggiornate neanche l’ombra, almeno in italiano (la Lonely Planet è in lavorazione e abbiamo comprato poi una guida americana, piuttosto ben fatta, la Bradt). Informazioni poche, dunque, inversamente proporzionali allo sgomento di parenti e amici a casa. In questi casi tutti si improvvisano esperti di politica estera e Medio Oriente. Sempre per partire tranquilli, insomma.
Achrafieh
E così provo a raccontare le mie impressioni dopo un fine settimana in Libano, su cosa effettivamente abbiamo trovato sulla sponda più esterna del nostro mare comune. Una piccola guida, insomma, per organizzarsi in un posto che è tutto il contrario di tutto, in cui si passa da loft e locali eleganti, ai profughi siriani ai lati delle strade e agli edifici deturpati dagli spari. Una città che da Parigi orientale è diventata il simbolo di ogni casa sgraziata, rovinata, in cui convivono cristiani maroniti, ortodossi, sciiti, sunniti, drusi (sono dei musulmani mooolto particolari), ebrei (pochi), giusto per citarne alcuni.
La moschea Mohammed-al-amin
Beirut è una città che ne ha passate di tutti i colori e se da un lato non si è tolta di dosso questo passato tormentato, dall’altro esplode di vita, soprattutto di sera. Le zone principali, in cui è possibile camminare a piedi in tranquillità, sono quelle di Hamra, zona a maggioranza musulmana, Downtown e Achrafieh, a predominanza cristiana. E’ la zona in cui si trovano anche alcuni edifici storici, risalenti al periodo del mandato francese, durato fino al 1943, quando il Libano ottenne l’indipendenza. Solo un accenno a quello per cui questa città è diventata un simbolo di distruzione: la guerra civile, durata dal 1975 al 1990, che ha provocato un vero e proprio esodo di libanesi dal Paese. La città era divisa in quegli anni da una green line, che separava la parte musulmana e cristiana. I segni del conflitto – che non è purtroppo stato l’ultimo, se consideriamo anche quello fra Hezbollah e Israele a partire dal 2006 – si vedono ancora in alcuni edifici, come il Beit Beirut, da cui abbiamo iniziato la nostra visita.
Uno degli edifici di Achrafieh
Prima visita, primo buco nell’acqua: il palazzo giallo restaurato, ma che ancora racconta il recente passato attraverso i buchi sulle pareti e che ospita un centro di documentazione sulla guerra civile, è chiuso per un evento privato. Guardando recensioni, in realtà gli orari di apertura sono piuttosto ‘creativi’ e non sempre si riesce a entrare. Ripieghiamo su una camminata ad Achrafieh, fra ristorantini, negozi hipster e case sventrate, fino a quando non avvistiamo il Dome City Center (o The Egg). E’ un altro edificio-simbolo a portare i segni della guerra e che forse impressiona più di tutti. Espressione dell’architettura mordernista degli anni Sessanta, doveva essere un centro commerciale, ma oggi assomiglia più a uno scheletro abbandonato. Ma anche questa è solo una parte della storia, perché la sera dopo lo ritroviamo illuminato di viola, trasformato nella sede di un evento glamour (sempre a invito, ancora).
The Dome
Subito dopo si apre Downtown, in cui, a pochi metri di distanza, si trovano la moschea Mohamad Al Amin, dalla stupenda cupola blu, e la cattedrale maronita (che purtroppo troviamo chiusa, pure questa). Un bellissimo contrasto, che aumenta subito dietro, fra i resti di una basilica romana e la cattedrale greco-ortodossa di San Giorgio: merita una visita, per la bella iconostasi e soprattutto per il museo sotterraneo, che racconta le stratificazioni della città. E considerando romani, bizantini, mamelucchi e arabi, direi che di strati ce ne sono. Si passa così alla famosa place d’Etoile, in cui svetta un Rolex gigante, e al Parlamento, in un’area della città chiusa al traffico, centrale quanto piuttosto deserta, fra pochi clienti nei caffè all’aperto. Il souk è un’altra sorpresa, perché non c’è nulla di esotico in queste gallerie commerciali, con negozi occidentali e spesso costosi. E’ una parte interessante, che racconta delle trasformazioni recenti della città- pianificate dalla società Solidare-, ma che non emoziona molto.
A questo punto si può però raggiungere la Corniche, il percorso pedonale e ciclabile che costeggia il mare, fra traffico impazzito – il rumore del clacson sarà la vostra compagnia costante, rassegnatevi -, spiagge che non chiamerei proprio spiagge, ma più scogli- gente con la propria sedia a fumare la shisha, coppie e famiglie, e grandi alberghi e appartamenti sempre piuttosto vuoti e concessionarie di auto di lusso. La sensazione che condividiamo fra noi è di una città pronta ad accogliere turisti, visitatori, ma che ancora non ci sono. O non li vediamo noi, difficile dirlo in pochi giorni. Ma quello che incontriamo è soprattutto un gran numero di auto e un edificio davvero pazzesco: la casa del rancore. E’ un condominio piatto che un vicino ha costruito per bloccare la visuale all’altro. Meglio non far incavolare i vicini, insomma.
La passeggiata sulla corniche si conclude ai Pigeons Rocks, due enormi faraglioni nel mare, che si possono anche visitare da sotto con la barca. Noi ce li godiamo al tramonto, nell’ora in cui il sole incendia l’acqua, bevendoci un caffè libanese dai bar panoramici. Il giro in Hamra Street, dove si trovano l’Università americana libanese e una serie di negozi di tutti i tipi, si esaurisce presto: il traffico è assordante ed è tempo di tornare a casa.
E’ il momento della giornata in cui Beirut indossa il suo vestito più inaspettato, divertente, soprattutto nel fine settimana, con giovani dentro e fuori da locali stilosi, costosi, fra coctkail e musica. Può sembrare superficiale, ma non lo è (o almeno non del tutto), perché si sente la vita che pulsa in questa città rinata mille volte. Posti di polizia, filo spinato e macerie all’improvviso sono lontani anni luce. Basta percorrere Gourad Street e Armenian Street e le strade dal sapore bohemienne di Gemmayze e Mar Mickail, per rendersene conto, passeggiando fino al bellissimo museo Sursok, museo di Arte Contemporanea che brilla nella notte, da raggiungere magari dalla scalinata di San Nicolas, famosa per la street art. Poi non resta che scegliere il ristorante preferito. La cucina libanese, così difficile da trovare in Italia, è strepitosa.
Il museo Sursok
Come dicevo sopra, l’esperienza culinaria vale da sola un viaggio a Beirut. Abbiamo mangiato bene sempre, in ristoranti con stili diversi, ma fondamentalmente concentrati nella zona di Gourad e Armenian Street. I piatti, va detto, sono sempre variazioni sul tema, con mezze che tendono a ripetersi, con alcuni must come l’hummus di ceci; il mutabal di melanzane (molto simile al ‘cugino’ babaganoush), spesso servito con chicchi di melograno; Tabbouleh, con prezzemolo e pomodorini; Fattoush, insalata con pane croccante e (il mio preferito) Fatteh, con yogurt, noccioline, melanzane e pane croccante. Un insieme di sapori che spaziano dal Medio Oriente alla Grecia, con molte verdure e legumi.
Hummus e mutabal
Come carne, si mangia soprattutto agnello, in versioni che ho trovato strepitose (ne racconto qualcuna qui sotto). I dolci sono spesso preparati con lo yogurt o formaggio di capra, aromatizzati con miele, pistacchi e un’acqua di arancia da noi soprannominata amichevolmente ‘Vidal’: intensa, ok, ma io l’ho trovata buonissima. Con la stessa essenza si prepara anche un caffè bianco, che altro poi non è che acqua calda aromatizzata, ottima per digerire i quintali di legumi appena ingeriti. Ecco qualche indirizzo.
Uno dei locali di Armenian Street
Per un piccolo gruppo come il nostro è stato perfetto puntare su un appartamento condiviso. Su Airbnb abbiamo trovato il bellissimo Stylish New Loft Duplex ai margini del quartiere Achrafieh. Abbiamo speso circa 40 euro a testa a notte e per i prezzi generalmente alti di Beirut è un’ottima soluzione. La zona è in trasformazione, sono molti i cantieri nei dintorni, e non è proprio il posto in cui fare un giro a piedi (ci sono solo palazzi, ad eccezione di un mercato a soli 400 metri, per chi vuole un’esperienza very local), ma la casa di Tania è davvero bella, fra arredamento curato, domotica e, diciamolo pure, tre bagni. C’è il garage, ma io personalmente non guiderei a Beirut neanche sotto tortura, quindi consiglio di utilizzare Uber: comodissimo ed economico (soprattutto se diviso in cinque come noi). Serve internet per usarlo: potete procurarvi una sim libanese o, come noi, sfruttare le reti wifi dei locali, diffusissime)
In alternativa, se si è da soli o in coppia, penso che l’ideale sia trovare una sistemazione fra Gemmayze e Gourad Street, in modo da spostarsi a piedi la sera senza problemi ed essere già nella zona più ricca di locali e ristoranti.
Info: noi abbiamo trovato una situazione molto tranquilla, ma consiglio comunque di consultare il sito della Farnesina prima di partire, perché sono indicati i quartieri della città in cui è meglio non andare a zonzo. Ecco qui: http://www.viaggiaresicuri.it/paesi/dettaglio/libano.html
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Bell'articolo. Sono stato in Libano molte volte. Se mai ci tornerete vi consiglio di non fermarvi a Beirut, il paese é fantastico. Le montagne con i boschi di cedri. Le rovine fenice, romane... castelli e bellissime cittadine come Byblos o Tiro. Il tutto con pochissimi turisti.
Ciao Marco, grazie per avermi letta. Il viaggio che ho fatto in Libano è stato sicuramente breve, ma concordo sulla bellezza del Paese, almeno per quanto sono riuscita a vedere, e cioè il sito di Baalbek, Tiro e Sidone. Speriamo in un bis, ciao!